Il palazzo degli specchi (Amitav Ghosh)

Ho comprato questo libro per curiosità. Ero al Salone del Libro dello scorso anno (2016) e stavo esaminando i titoli “Beat”, collana economica della Neri Pozza, che erano in offerta al 20%. Ricordo di averne scelti un paio e di avere ricevuto anche i complimenti della ragazza dello stand per la scelta. Uno di questi era proprio il libro di cui vi voglio parlare. Mi ha attirato la bellissima copertina e poi anche l’autore: non ho mai letto niente di autori Indiani, quindi era per me una scoperta, una novità. Certo, il libro non era proprio mingherlino, e infatti ne ho rimandato la lettura per diversi mesi, ma quando mi sono deciso ad affrontare le sue 640 pagine, mi sono accorto che scorrevano via lisce come l’olio!

La vicenda attraversa oltre 100 anni di storia, dalla fine del 1800 alla fine del 1900 circa, passando per due guerre mondiali, la fine di una monarchia, quella di Birmania, e l’esilio dei suoi reali per mano dei colonizzatori inglesi, e riguarda perlopiù le vicende di una famiglia, o meglio di una persona e di tutte le persone, familiari e non, che gli ruotano intorno durante la sua vita. Rajkumar, giovane garzone indiano impiegato a bordo di un sampan (una sorta di chiatta che trasporta e commercia materiale vario attraverso i fiumi di India e Birmania), sbarca durante una sosta per una riparazione del sampan e si spinge all’interno nella città di Mandalay, capitale del regno di Birmania e sede del palazzo reale, chiamato dal popolo “Palazzo degli specchi” per via degli specchi posti sui soffitti e le pareti rivestite di cristalli lucenti. Trova lavoro come garzone in un piccolo chiosco dove i locali si fermano a mangiare qualcosa in strada. E’ proprio il periodo della colonizzazione della Birmania da parte dell’esercito Inglese. Da qui in avanti ha vita una delle più straordinarie avventure che ho potuto leggere negli ultimi tempi.

Una storia di amore, passione, tragedia, rivolta, guerra, amicizia, fratellanza, dovere, gloria e morte. Tutto. Leggendo questo libro ho imparato a conoscere un angolo di mondo che conoscevo solo superficialmente, a conoscerne la storia, la geografia e le usanze. Ghosh riesce a cesellare in maniera perfetta un intricato arabesco di colori, profumi, sensazioni, che attraversa appunto un intero secolo, mettendo il lettore in condizione di percepire un mondo a lui lontano e quasi sconosciuto, come nel mio caso, in maniera chiara e del tutto naturale. Rajkumar è solo il fulcro che serve per dare il la alla storia, ma la storia vive di vita propria e ben presto vi accorgerete che non esiste un vero protagonista, ma tutti hanno lo spazio che si meritano. Incontrerete personaggi di tutti i ceti sociali, dai più poveri lavoranti delle piantagioni di caucciù, ai più abbienti mercanti, dalle donne di corte alla famiglia reale, dai diplomatici ai militari indiani e inglesi. Se avete poca memoria quando si tratta di dover “gestire” molti personaggi (come nel caso di “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, tanto per capirci), allora vi consiglio di leggere il libro e nel frattempo annotarvi su un foglio i vari nomi e parentele, altrimenti arriverete alla fine un po’ confusi su chi è parente di chi e come. Ma è solo un piccolo dettaglio, potete godervi la storia anche senza prendere appunti.

Un libro che non si dimentica, una storia che resta in mente e sono certo resterà anche nel tempo. Una lettura che consiglio a chi ama le storie familiari e i romanzi storici allo stesso tempo, perché qui si racconta davvero la storia di una nazione e del suo periodo storico più delicato forse. Ghosh da una prova di bravura invidiabile, non per altro è considerato uno dei più grandi scrittori indiani, e, per la cronaca, mi sono già procurato un altro suo titolo 😉

Buona lettura a tutti!

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