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(brossura, 488 pag., 19,50€, Iperborea)

C'era una volta uno scià di Persia, che negli ultimi anni del secolo diciannovesimo, decise di compiere un viaggio per l'Europa per conoscere un mondo nuovo, i suoi usi, i suoi costumi, e conoscere i suoi sovrani. E fu così che con una lunga carovana di servitori, consiglieri, medici, cuochi, portatori, e ovviamente di mogli; si imbarcò in un'avventura che cambiò per sempre la sua vita e il suo modo di vedere sè stesso, gli altri e il mondo intorno a lui. Lo scià tenne un diario dove scrisse le sue impressioni su ogni evento accaduto durante il viaggio e dove annotò ogni meraviglia e ogni novità che si presentava quotidianamente ai suoi occhi. Cento anni dopo il diario fu ritrovato da un professore universitario olandese di origini Persiane che decise di ripercorrere le orme dello scià e di scriverci su un libro. Il libro è quello che avete ora tra le mani! Benvenuti nella meraviglia!

Ho voluto iniziare questa recensione in un modo un po' fiabesco se me lo concedete, perché fiabesco è il narrato in questo magnifico libro di uno scrittore altrettanto magnifico come Kader Abdolah (se non lo conoscete e volete approfondire la sua storia e la storia di questo libro, vi consiglio il video che ho ripreso al Salone del Libro dello scorso anno a questo link). Le somiglianze con il professore del romanzo non sono casuali, e ve ne renderete conto durante la lettura; tra i vari capitoli che narrano le vicende dello scià infatti, spunta ogni tanto un capitolo ambientato nel presente, dove il professore, accompagnato da una sua studentessa, ragiona sul viaggio del sovrano, portando paragoni e riflessioni legate ai fatti attuali di cronaca, politica e immigrazione (naturalmente), e riuscendo in una connessione incredibilmente vivida con un mondo che ci pare assai lontano, ma che sotto certi aspetti è più vicino a noi di quanto riusciamo a immaginare. La storia è narrata con l'espediente delle "hekayat", capitoli molto corti, ciascuno riferito ad un evento specifico accaduto allo scià durante il viaggio, che rende la lettura ancora più scorrevole e rapida.

Il viaggio è davvero una fiaba, dalla Persia alla Francia, passando per Russia, Polonia, Grecia, Germania, Inghilterra, Belgio, Olanda... E' una traversata sfarzosa, pregna di stupore da parte di uno Scià che non aveva mai messo il naso fuori dal proprio regno e si ritrova, come un bambino, di fronte alle meraviglie delle invenzioni occidentali più comuni, come di fronte a spettacolari effetti speciali. Ironico, insolente, crudele, originale: la trama intessuta per questo viaggio è qualcosa di assolutamente geniale, così come è geniale il personaggio dello Scià, di cui imparerete ad amare il disincantato stupore verso il mondo occidentale, così come a odiare la spietatezza derivata dalle sue manie di persecuzione, soprattutto verso una delle mogli in particolare, altro protagonista della vicenda. Ma soprattutto amerete follemente il racconto, i colori, i sapori e le sfumature che per tutta l'Europa vi accompagneranno in un viaggio andata e ritorno dalla Persia, uno sguardo che mostra l'esagerato sfarzo e l'ostentata ricchezza di un sovrano fuori dal mondo e dal tempo, ma ancora così tristemente attuale.

Kader Abdolah si conferma uno dei più geniali ed originali scrittori olandesi / persiani contemporanei, scrivendo una storia di grande respiro, scorrevole e godibile dalla prima all'ultima pagina, ma capace di destare in noi domande e pensieri ancora molto attuali e spesso spinosi. Capace di porci domande anche profonde sulla situazione sociale umana e sulle sue radici e differenze. Da leggere e sognare, dalla prima all'ultima riga.

(brossura, 192 pag., 18€, Mondadori)

Quando alcuni anni fa lessi "La pelle dell'orso" di Matteo Righetto (recensione qui), ne rimasi folgorato! Dentro di me pensai "Cavolo, dovrebbero farne un film!" ed infatti nel 2016 il film effettivamente uscì. Perchè sono un indovino? No, perchè quel libro era splendido, quelle pagine erano capaci di toccare l'anima del lettore, di accompagnarlo per mano attraverso le montagne del Friuli, alla caccia di un possente orso; una storia familiare tragica, un rapporto padre-figlio commovente, un finale devastante. Era "facile" prevedere che quel libro avrebbe per lo meno fatto parlare di sè.

A distanza di anni torno a leggere Matteo Righetto con questo "L'anima della frontiera", primo libro di una trilogia (il secondo "L'ultima patria" è uscito a breve e spero di parlarvene presto), ambientato ancora una volta nelle sue care Dolomiti, dove a Nevada, paese dal nome emblematico che fa avvicinare da subito all'immaginario che l'autore ha voluto calare questa volta tra le sue pagine, vive la famiglia De Boer (da leggere De Boér), il padre Augusto, la madre Agnese, e i tre figli Jole, Antonia e Sergio. Famiglia disgraziata, condannata a sopravvivere con il poco guadagno ricavato dalle piantagioni di tabacco, rigorosamente controllate e pesate grammo al grammo dallo Stato, e il durissimo lavoro che ne deriva per tutti. Augusto però non ci sta, e poco alla volta inizia a nascondere un po' di quel tabacco fino a quando, raggiunta la stagione autunnale, prende il suo mulo Ettore, lo carica di tutto il tabacco "sottratto" al Regio Monopolio e intraprende un viaggio fino oltre la frontiera austriaca per contrabbandarlo con altri beni per poter dare una vita più dignitosa alla sua famiglia.

Quello che succede dopo non lo racconterò, vi leverei il gusto di scoprirlo da voi; vi dico solo che la trama si sviluppa e cresce di intensità; Augusto intraprenderà questo lungo e pericoloso viaggio più di una volta, dapprima solo e poi accompagnato dalla figlia più grande, Jole, che insieme a lui porterà il pregiato tabacco oltre confine per smerciarlo con i contrabbandieri austriaci. Ci sono parti drammatiche, di disperazione; parti eroiche, avventurose e parti intense, profonde, di crescita e formazione. La prosa di Righetto scorre limpida come un torrente di montagna, a volte un rivolo lieve che accarezza dolcemente, a volte una scrosciante piena capace di trascinare il lettore senza sosta per pagine e pagine. E così come l'avevo apprezzato nel già citato "La pelle dell'orso", così l'ho apprezzato questa volta, confermando e anzi accrescendo la mia stima per questo giovane scrittore.

Ho avuto anche il piacere di assistere ad un incontro con lui e Mauro Corona l'anno scorso al Salone del Libro (video qui) e di farci anche due parole, e oltre ad un bravo scrittore posso affermare anche che si tratta di una persona umile e disponibile. Pertanto non fatevi pregare, dategli una chance, perchè se la merita davvero. Se poi siete amanti della montagna, dei paesaggi che questa rappresenta e delle sue storie, non potete proprio ignorarlo!

Buona lettura 🙂

(brossura, 228 pag., 15€, Fazi Editore)

E' arrivata da poco in libreria questa nuova edizione del libro più controverso di Gore Vidal, quel libro che quando uscì, nel lontano 1947, 71 anni fa ormai, negli Stati Uniti, scandalizzò e fece indignare la maggior parte degli addetti ai lavori e dei lettori a causa delle sue tematiche che oggi potremmo definire "LGBT", una volta semplicemente "omosessuali", inaccettabili per il periodo, specialmente in una nazione come gli USA. Addirittura fu odiato dal proprio editore, il New York Times si rifiutò strenuamente di pubblicizzarlo e nessuna rivista americana lo recensì. E già solo per questo meriterebbe di essere letto, se non altro per capire il motivo di tanto scalpore. Gore Vidal, che all'epoca aveva 22 anni, scrisse un romanzo assolutamente avveniristico, sincero, profondo e scomodamente vero; fu questa la sua più grande colpa. Ma per fortuna lo scrisse, e noi ora possiamo godercelo appieno, visto che si tratta anche di un grande romanzo.

Jim è un giovane liceale, cresciuto nel sud degli Stati Uniti. Vita famigliare difficile, rapporto con il padre costantemente burrascoso, una sorella più grande che è la preferita e un fratello più piccolo. Non ha mai avuto una ragazza, non ne è attratto benché loro siano attratte dal suo fisico asciutto ed atletico. Gioca a tennis, è un maestro con la racchetta, il suo avversario preferito è anche il suo migliore amico: Bob. Ne è affascinato. Bob è più grande di un anno, e si sta diplomando. Dopo il diploma vuole lasciare tutto e arruolarsi in marina. Una delle ultime sere prima di partire tra i due succede qualcosa, è un gioco, poco più di uno scherzo, ma è un atto fisico che scuoterà Jim nel profondo e gli sconvolgerà l'esistenza. Bob parte e Jim si ripromette di raggiungerlo l'anno dopo, terminati gli studi, e di ricongiungersi a lui per poter rivivere di nuovo quelle emozioni vissute in riva al fiume al capanno quella sera di inizio estate...

Dopo questa doverosa premessa, niente spoiler, tutto ciò accade nelle primissime pagine, prende il via la vera storia, la vera avventura di Jim, che negli anni a venire intraprenderà il suo viaggio alla ricerca di Bob. Si arruolerà nella marina militare credendo così di ritrovarlo subito e facilmente, ma Bob nel frattempo si è mosso verso altre destinazioni, e così Jim vivrà una vita costantemente alla sua ricerca, conoscerà altri uomini, inizierà a frequentare quel mondo che inizialmente rifiuta non credendo di appartenervi, non accettando la sua omosessualità. Piano piano, poco alla volta, Jim si mischierà sempre di più a questa gente, trovandosi in locali equivoci, in feste private di frustrate stelle del cinema alla ricerca di nuove emozioni, su navi, campi da tennis, caserme innevate, fino all'epilogo, nell'ultima parte del libro, in cui ritroverà finalmente Bob.

E' un viaggio introspettivo profondissimo alla ricerca della propria identità e del proprio essere. Un'identità di cui Jim ha paura, in cui non ci si sente comodo, ma che inevitabilmente lo costringerà a guardarsi dentro e ad accettarsi per quello che è. Non c'è da stupirsi se quando uscì, nel 1947, questo libro fece scandalo, ancora oggi le tematiche sono "scottanti", figuriamoci 71 anni fa. Gore Vidal ha avuto il coraggio di trasporre su carta la vita di una persona come tante, la vita di un ragazzo che scopre di essere "diverso" dagli altri, che scopre pulsioni che non vorrebbe avere e che vuole convincersi non siano reali. Un libro che scorre rapido come un fiume in piena, come la vita di Jim alla ricerca di se stesso e di Bob. Scritto magistralmente e senza fronzoli. Il mio consiglio è scontato: leggetelo e non ve ne pentirete. Se poi siete appassionati di certe tematiche, questo è un precursore che non potete proprio ignorare.

(brossura, 348 pag., 15€, Caffèorchidea)

Uno dei più noti incipit della storia della letteratura diceva più o meno che "tutte le famiglie felici si somigliano, ma ogni famiglia infelice lo è a modo suo". Le famiglie che popolano questo romanzo, più o meno centralmente, più o meno parzialmente, sono infelici ciascuna a suo modo e qualcuna anche a propria insaputa. I componenti della famiglia Minenti, o sarebbe più giusto dire "Delle" famiglie Minenti, sono infelici ognuno a modo suo. La vicenda ruota intorno a Nabel, figlia più piccola del professor Lucrezio Minenti, scienziato stimato, fisico teorico di fama mondiale, e Anna Pan, donna in carriera dal carattere forte e risoluto, la figlia maggiore è Lulù Minenti. Questo accade in Italia. In Germania vive invece la seconda famiglia Minenti, Hector, l'unico figlio, ha la stessa età di Nabel, sono nati nello stesso anno, a poca distanza l'uno dall'altra, e i loro caratteri si completano, le loro ambizioni e doti si accoppiano rendendo le mancanze di ciascuno, tessere del puzzle che formano il disegno completo dell'altro. Il concetto appare forse un po' fosco detto così, ma vi assicuro che tra le righe di questa storia risulta tutto molto più semplice.

Nabel scopre solo nella maggiore età di avere un fratello nato da una relazione del padre che lei ignorava. Non è uno spoiler, questo accade nelle prime pagine, quindi niente paura 🙂 E' proprio Hector a cercarla in Italia. Dopo questa rivelazione Nabel non sarà più la stessa; inizierà dentro di lei un percorso interiore alla ricerca di una stabilità, di risposte che non troverà mai o che, forse, aveva sempre custodito in fondo al suo cuore. Nabel ama scrivere, ma non sopporta che la gente legga ciò che scrive, così cancella. Cancella ogni parola dall'ultima alla prima, in un percorso a ritroso che non è solo l'atto di eliminare delle parole da un foglio, ma una continua rielaborazione della propria interiorità, una straziante ricerca di sè affidata a parole che mai arriveranno al destinatario. Hector è un artista eclettico, quello che Nabel non riesce ad esternare, lui non riesce a tenere dentro di sè. Membro di un gruppo artistico chiamato Orchestrart, vive dove capita, dove l'arte chiama il suo talento, anche lui alla ricerca di sè, una ricerca che lo porterà inevitabilmente a Nabel. Ma poi arriva Marcus, e gli equilibri si fanno incerti, una nuova rivelazione incredibile, un uomo disposto a tutto per far parte di un esperimento scientifico unico, per diventare il primo crononauta della storia; e tenta in ogni modo di arrivare a Lucrezio Minenti, che pare sia impegnato segretamente ai lavori sulla macchina del tempo. Gli eventi si susseguono incalzanti, tra l'Italia, la Germania e Londra, tre luoghi distanti ma come in universi paralleli, affiancati e presenti l'uno all'altro attraverso Nabel, Hector e Marcus. E il finale è scritto tra le stelle...

Giulia Bracco ha una scrittura fluida e concreta, capace di tratteggiare in poche righe anche situazioni complesse, ma al momento giusto lasciare all'immaginazione del lettore ciò che verrà dopo, quasi a prenderlo per mano, accompagnarlo fino alla soglia e poi lasciarlo libero di entrare da solo. Ho molto apprezzato la caratterizzazione sapientemente poliedrica dei personaggi, mostrati in vari momenti emotivi assolutamente coerenti con il loro nucleo centrale. Sono "vivi", ci si affeziona a loro senza riserve, si sprofonda nella storia e se ne esce alla fine solo dopo una forte successione di emozioni. Dico sul serio, non capita spesso che un libro tocchi corde così sensibili da far vibrare nel profondo, questo l'ha fatto.

Martin Amis diceva che mentre scriviamo qualcuno ci sorveglia: la madre, il maestro, Shakespeare o Dio? In questo libro c'è tutto, basta mettersi comodi e iniziare a leggere.

(brossura, 264 pag., 15€, Edizioni Black Coffee)

Le donne che Mary Miller ci presenta nei suoi racconti sono donne comuni, con vite come tante; che soffrono, amano, odiano, sperano, piangono e ridono come tutte le donne di questo mondo. In una normalità assordante. Pezzi di vita stesi al sole ad asciugare, mentre si assiste ad un viaggio tra le strade d'America, dove le storie di queste donne prendono forma, mutano, si sciolgono, a volte si addensano; sempre in una normalità che spaventa da quanto sia crudele. Talvolta si ha anche l'impressione che sia la stessa storia che prosegue dietro tutti i loro volti, tutte indaffarate a sopravvivere nel modo migliore, a raddrizzare una vita storta perché storto è il mondo che le accoglie, ad espiare le colpe dell'umanità nelle loro fragili esistenze.

Donne che attendono il ritorno del fidanzato e intanto ricevono istruzioni su come cambiare la lettiera del gatto in sua assenza, altre che non sopportano la propria coinquilina e spariscono sul tetto della casa per stare sole, altre ancora che cercano di apparire perfette agli occhi dei suoceri in una crociera lussuosa, insegnanti che si innamorano dei propri allievi e che li ospitano nella loro villa, donne divorziate con figli affidati in comune col padre, donne che lavorano in comunità per bimbi e ragazzi difficili... E poi donne "comprate" da amiche ricchissime per accompagnarle nei propri viaggi di piacere, donne con un rapporto non troppo facile con le sorelle... E altre ancora, tutte con la loro storia che in poche pagine ve le farà diventare amiche, come se le conosceste da una vita, come se oltre a quanto scritto, conosceste anche molte altre cose di loro, perché questa è la forza di Mary Miller, il non detto, il sottinteso.

Sono racconti brevi, che si leggono come bere un bicchiere d'acqua, ma che lasciano nella gola una sensazione di bruciore, come quella lasciata da un whisky troppo invecchiato bevuto liscio. Mary Miller ha la capacità di farci entrare in sintonia con un mondo che tutto sommato è molto distante da quello che viviamo quotidianamente, ma che attraverso le storie di queste donne, si intreccia con una realtà a noi ben nota. Le strade di New York sono fatte di asfalto come le nostre, e dall'asfalto fumante di estati torride e polverose arrivano gli echi distanti di storie comuni a tutte le donne del mondo.

Un libro che ho deciso di leggere perché incuriosito appunto dal tema trattato; non è il classico libro "per donne" che parla "di donne"; questo è un testo che può e deve interessare anche noi uomini, forse per conoscere un po' meglio le donne che ci stanno accanto, per capirle e magari entrare un po' di più in sintonia con il loro mondo. Vabbè, forse esagero, però un po' di curiosità spero di avervela trasmessa 🙂 Mary Miller è una scrittrice giovane che sa il fatto suo, con una prosa asciutta e lineare sa colpire in poche pagine e disegnare un mondo intero tra le righe. Ah, il libro Mary Miller lo dedica a tutti i suoi ex, e nel farlo li ringrazia di tutto il materiale che questi ultimi le hanno fornito per questo libro e per molti altri a venire! 😀
Un'ottima scoperta da un'altrettanto ottima casa editrice indipendente che vi consiglio caldamente di seguire!

Dopo "La stanza profonda", candidato al Premio Strega dello scorso anno, terminato negli ultimi 12 ma non in cinquina finale, ecco arrivare questo "L'impero del sogno", che segna il ritorno dell'autore su Mondadori, dove aveva già pubblicato i due volumi di "Terra ignota" nel 2013 e 2014. Lo conoscevo solo per fama purtroppo, sia come scrittore che come editor per l'ottima Tunuè della sua collana di romanzi, ma questa volta mi sono imposto di leggerlo! Tanto più che quando ho visto il libro sullo scaffale della libreria, ne sono stato subito rapito dalla bellissima copertina con chiari riferimenti fantasy e onirici.

"L'impero del sogno" è una storia fantastica, che si alterna tra il mondo reale e quello, appunto, dei sogni, dove il giovane Federico Melani detto "il Mella", sfaccendato ventenne toscano iscritto all'università ma poco praticante, si troverà invischiato, suo malgrado, in uno strano sogno che ogni volta che si addormenta riprende più o meno dal punto in cui si era fermato all'ultimo risveglio - per la verità un poco più avanti - , in cui si trova ad una conferenza animata dai personaggi più disparati, stereotipi dal classico fantasy alla mitologia asiatica, da spiriti luminosi a dèi iracondi, da draghi d'oro a gnomi dispettosi; e dove rivestirà un ruolo primario nella vicenda. Sempre più coinvolto man mano che scorrono le pagine, il Mella tenterà di dormire il più possibile e nei luoghi più impensati, al fine di continuare la storia che, mentre lui è sveglio, non può vivere ma soprattutto procede senza di lui.

Detta così sembra facile, ma l'intrico creato da Vanni Santoni è davvero avvincente e soprattutto coinvolgente: viene proprio voglia di andare avanti per scoprire cosa succederà dopo! E così tra momenti di veglia (pochi) in cui il ragazzo è costretto a rendere conto in qualche modo alla sua famiglia e ai suoi amici, e in cui presto si imbatterà in un'alleata preziosa per lo svolgimento della vicenda, e momenti in cui il sogno prende forma e procede inesorabile; la trama si sviluppa in modo sempre più fitto e onirico; fino alla compenetrazione tra sogno e realtà, da cui da circa metà libro in avanti, prenderà forma in maniera sempre più assurda un epilogo e un finale da film d'azione! La parola "scontato" in questo romanzo è bandita dalla prima all'ultima pagina! E anche se ad un certo punto crederete di avere capito dove andrà a parare, dopo poco cambierete idea!

Difficile catalogarlo o consigliarlo in base ai gusti personali. E' una storia da sogno, così come recita il titolo. Siate pronti a farvi trasportare in un mondo favoloso, pieno di colori e di ombre, di draghi, mostri mitologici, e spiriti, in una storia strampalata ma carica di emozioni e soprattutto di intensità. Ho cercato di non svelare troppi dettagli perché sapete che non è mia abitudine farlo, ma in un contesto così strano è difficile raccapezzarsi con poche righe! Spero di non avervi confuso più del dovuto 🙂 Io dal canto mio sono davvero lieto di avere fatto questo incontro e sicuramente andrò a rileggermi i precedenti, soprattutto "La stanza profonda" che tratta il mondo dei giochi di ruolo, a cui la mia infanzia/gioventù è stata particolarmente legata, e "Muro di casse".

Uno scrittore sicuramente atipico nel nostro panorama, e forse per questo del tutto apprezzabile. In Italia abbiamo scrittori ottimi, leggetelo!

Pochi giorni prima del Salone del Libro di Torino dello scorso anno, 2017, all'età di 82 anni, si spegneva lo scrittore argentino Abelardo Castillo. Uno dei più importanti scrittori di "cuentas", racconti; spesso accostato a Roberto Arlt, Julio Cortazar e altri nomi di questo calibo, fu uno dei primi a portare alla consacrazione popolare la letteratura "breve" dei racconti. Autore di oltre 70 cuentas, romanzi, saggi e pièce tratrali, in vita fondò e diresse anche tre riviste di cultura e resistenza politica contro il regime, una delle quali, "El grillo de papel", durato appena 6 numeri a cavallo tra il 1959 e il 1960, a causa dell'oscurantismo del governo che lo fece chiudere perchè troppo schierato a sinistra.

Prima che la lungimirante Del Vecchio traducesse questo "I mondi reali", in Italia era presente solo un romanzo di Castillo, edito da Crocetti nel 2003 "Il Vangelo secondo Van Hutten". Fortunatamente, grazie a questa preziosa casa editrice indipendente, il nome di Castillo è tornato a circolare tra addetti ai lavori e appassionati, e finalmente tutti possono riscoprire uno scrittore immenso e coltissimo.

"I mondi reali" è il titolo che lui diede a tutte le raccolte di racconti che produsse in vita, la sua idea era infatti di pubblicare periodicamente nuovi racconti e racchiuderli sotto lo stesso identificativo, un po' come se fossero gli stessi racconti e che evolvessero, la stessa storia che continuasse con nuovi volti, nuovi personaggi e nuove situazioni. Fu un'idea della amatissima moglie Sylvia, alla quale poi lui dedicò ogni sua uscita con la stessa frase in apertura: "TUTTI I MIEI RACCONTI quelli già scritti e quelli ancora da scrivere appartengono a un solo libro incessante e a una donna A SYLVIA che ha dato a questo libro il nome che porta oggi I MONDI REALI".

Ma cosa sono questi Mondi Reali? Sono storie dense, pagine che racchiudono rabbia, amore, morte, frustrazione, romanticismo, disillusione, allegria, crudeltà, strazio. Pagine che raccontano di vite al limite, personaggi avidi ed egoisti che non pensano ad altro che alla propria ricchezza e alla propria discendenza, uomini annoiati che sfidano il destino compiendo omicidi solo per il gusto di farlo, volti persi nella nebbia di una stazione ferroviaria, pronti a partire con un biglietto trovato per caso senza conoscere la propria destinazione. E ancora uomini dal cuore infranto, persi a rivangare il passato nascosto tra i suppellettili messi in ordine su una libreria, o altri che uccidono per presunta misericordia verso l'assassinato. Ma anche donne, donne derubate della propria esistenza che compiono atti innominabili, donne crudeli, forti, calcolatrici. C'è nei Mondi Reali quello che suggerisce il titolo, appunto tanti mondi reali, uomini e donne reali. Anche se leggere certe cose spaventa quasi a pensare che possano realmente accadere, niente è più reale della tragedia, della malvagità e della spietatezza umana; e Castillo lo sapeva bene ed attraverso questi racconti lo ha espresso in tanti modi diversi ma sempre con grande eleganza di stile e profondità narrativa. Queste pagine regalano al lettore dei momenti di altissima letteratura - e del resto l'autore è stato anche un letterato coltissimo - e stare dietro a tutte le citazioni non è affatto semplice, ma per fortuna vengono in aiuto le note dell'editore a questo scopo.

La mia speranza giunto fino qui, è che queste mie poche righe vi abbiano incuriosito e vi invoglino ad approfondire e ricercare questo autore immenso. Io dal canto mio spero che presto la Del Vecchio possa "importare" e tradurre altre delle sue opere, perché se il livello è questo allora è da leggere senza indugio ogni cosa firmata da Abelardo Castillo. Mi domando infine quanti altri autori poco conosciuti o quasi del tutto sconosciuti in Italia, abbiano un valore così alto nel panorama della letteratura mondiale... Sicuramente troppi ancora... Speriamo di poter rimediare al più presto! Ah, e buone letture 🙂

Ho deciso di buttare giù queste mie impressioni appena terminato il libro di Boris Vian, mentre ancora sono sotto l'influsso dei suoi deliri, per fissare meglio che posso le sensazioni e le emozioni che un lavoro del genere mi ha dato.

Conoscevo Boris Vian come chansonnier, per un suo brano contro la guerra del 1954 "Le déserteur", che ho ascoltato decine di volte su un vecchio CD intitolato "La canzone d'autore francese" che possiedo da oltre 20 anni, quindi l'ho scoperto come scrittore solo successivamente. Ammetto che l'approccio a questo lavoro mi è stato inizialmente ostico; non avevo forse capito cosa avevo tra le mani e mi aspettavo una raccolta di racconti "normali". Ecco, aspettativa peggiore non potevo avere! I racconti qui inclusi sono tutto fuorché normali!

Ambigui personaggi con strane forme di pazzia, animali che parlano (e qui è una cosa perfettamente normale), strumenti musicali che scappano dalle loro custodie, pescatori di francobolli che nuotano nei fiumi, comparse teatrali depresse, gamberi che vendono il proprio sudore, e decine di altri espedienti narrativi che incarnano tutto quello che probabilmente non avete mai letto! Certo, non è facile entrarci in sintonia, e per me infatti l'inizio è stato un po' incerto, come dicevo poco fa; ma una volta capita la chiave di lettura, una volta centrato l'obiettivo di stabilizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda di questi affreschi inusuali, in quel preciso momento si viene catturati completamente dalle frasi e dai concetti assurdi che si addensano in queste pagine e il viaggio diventa follemente lucido e chiarissimo. Vero nella sua ingorda follia, concreto nel suo intangibile astrattismo.

Perfettamente inutile ogni altro tipo di descrizione: se queste mie poche parole vi hanno almeno un po' incuriosito, fate vostro questo volume e leggetelo abbandonando ogni preconcetto, dimenticando ogni altro libro che avete letto prima, e siate pronti ad affrontare il delirio. Momenti esilaranti o crudi, senza filtri, solo parole, frasi, che fluttuano intrecciandosi e creando storie incredibili. Certamente il Maggiore sarà lieto di accompagnarvi nel viaggio! Buona lettura!

Continua il mio viaggio attraverso i libri che hanno partecipato quest'anno al Premio Strega, con la terza classificata, Wanda Marasco, e il suo La compagnia delle anime finte, edito da Neri Pozza. E' la storia della famiglia di Vincenzina Umbriello, raccontata dalla figlia Rosa, immaginata per lo più, al capezzale della madre morta. Una vita povera, di sofferenze e privazioni, umiliazioni e rimorsi, vissuta in una Napoli in bianco e nero, nei rioni poveri del primo dopoguerra, tra stretti vicoli, muretti, cantine e terrazze. Dalla nascita alla morte, è la storia di una donna forte e determinata, che vivrà purtroppo una vita ingombra di ombre e tragedie e piuttosto estranea alle soddisfazioni e alle gioie, fin da bambina incontrerà la morte e la malattia come compagne di viaggio e imparerà presto ad essere adulta, grazie alle esperienze e all'amicizia non sempre limpida di Annarella.

La storia della famiglia Umbriello si intreccerà con la ben più agiata famiglia Maiorana quando per caso Vincenzina incontrerà Rafele (Raffaele), l'uomo che diventerà suo marito nonostante le opposizioni della famiglia di lui. Le storie dei componenti delle due famiglie si intrecceranno più volte, verranno narrate singolarmente, a volte quasi come racconti a parte, ma saranno lo sfondo di un unico dipinto generale. Una storia di vita profonda e struggente, con i suoi risvolti neri e le sofferenze tipiche anche del periodo storico e della zona geografica, narrato in maniera sublime da una poetessa, alternando un dialetto napoletano (comprensibilissimo) ad un Italiano con la "I" maiuscola.

Non è mia abitudine fare "spoiler" o approfondire troppo la trama, per il semplice motivo che sono io il primo a non amare certe cose in un libro che vorrei leggere. Ci sono decine di personaggi e di storie qui dentro, storie che fanno male, che raschiano dentro come uno scalpello, inquietudini, malattie fisiche e mentali, disperazione e abbandoni. Cupo e pesante seppure breve, si legge che è un piacere nonostante la complessità di certi passaggi e l'intrico di certe frasi. Un altro libro italiano di grande spessore, alla faccia di chi cerca sempre il più sconosciuto autore straniero...

Non lo consiglio a tutti, ma solo a chi vuole cogliere la struggente normalità di un vivere senza orizzonte.

Ai margini della Città Eterna, a pochi chilometri dal centro di Roma, lungo una parte del Tevere in ombra, marcia, maleodorante, vivono anime appartate, fuori dal tempo e dal mondo, disadattati ed emarginati ai nostri occhi, leggeri e liberi nei loro cuori. La storia che ci racconta Matteo Nucci si svolge qui, sulla chiatta ormeggiata sul fiume romano, che fa da trattoria, l'Anaconda, tra baracche di lamiera, barchette a motore di vecchi anguillari, tra il tubo di una fognatura mai terminata, utilizzata come abitazione, campi rom e prostitute. Una discesa verso il basso, verso l'abisso della disperazione, per riemergere e rinascere a vita nuova. Una storia terribile e tragica quanto verosimile. La storia di un uomo che dalla vita ha avuto il peggio ma che non si è arreso, mai, fino alla fine, fino alla purificatrice transizione passando per le latrine dell'umanità.

Il dottore, così lo chiamano lungo il Tevere, Ippolito Snell, marito e padre, archeologo, collega e amico rispettabile, pezzo a pezzo perde tutto quello che ha di più caro, tentando di tutto per mantenere le cose insieme, per rimediare, ma rendendosi presto conto che è la vita che decide per noi, e che non possiamo fare altro che stare a guardare. Spesso impotenti. Da qui il suo cammino verso una nuova vita e una rinascita che solo alla fine della vicenda troverà, forse, la quadratura del cerchio.

Il libro si articola in tre parti, la prima e l'ultima narrate in terza persona, dove viene per lo più raccontato il presente, la seconda, in prima persona, racconta invece del passato di Ippolito, e rende chiarezza a tutto il resto. La scrittura è puntuale e fludia, anche nei dialoghi, resi spesso più crudi e reali dall'utilizzo di termini forti e colloquiali, e nei monologhi anche interiori di lui e della moglie Anna. Non vi dirò nulla di più, naturalmente, questo è un testo che va letto ed assimilato attraverso le proprie vibrazioni, elaborato, digerito e rigurgitato secondo le emozioni di ciascuno. Un libro che mi ha pesato sullo stomaco per quasi tutta la sua durata, a tratti mi ha fatto sperare che finisse presto, che finisse in fretta tutto quel tormento. Ma che alla fine del viaggio mi ha lasciato una traccia dentro, qualcosa di indelebile che so già rimarrà lì per sempre. Un solco fatto di colori, odori e sensazioni, di un posto che non ho mai visto veramente con gli occhi, ma che ho abitato a fondo con l'anima.

E questo, se permettete, è la grandezza di un libro, di qualsiasi genere si tratti, di qualsiasi autore, periodo storico o altra catalogazione. Se ci resta qualcosa dentro allora vuol dire che l'opera si è compiuta, che quello è un libro giusto, da leggere, conservare e consigliare. Non nego di essermici avvicinato vedendolo tra i 12 finalisti del Premio Strega, benedetto Premio Strega sempre in mezzo a mille polemiche. L'ho seguito sino alla finale facendo il tifo per lui, ma alla fine è arrivato, purtroppo, solo quarto. Non voglio in questa sede commentare la classifica, comunque spero che questa manifestazione così importante serva a dare il giusto risalto a questo titolo e a questo autore.

Io mi fermo qui, come sempre spero di avervi dato un parere chiaro e genuino. Non una recensione, ci tengo a precisarlo, ma il mio personalissimo punto di vista. Grazie Matteo per le emozioni che hai saputo regalarci. Grazie davvero.

E' giusto obbedire alla notte? Per me è stato straziante. Viaggio interiore senza anestesia. E' giusto leggerlo.